Tutta la vita che resta

Roberta Recchia “Tutta la vita che resta” Rizzoli editore (2024)

Uno strappo che sembrava impossibile da ricucire, una famiglia che nel corso degli anni ritrova la strada nella forza dei legami. Ci sono libri che ti entrano dentro, che ti accompagnano per mano nella vita di tutti i giorni. È ciò che succede con l’esordio magnetico di Roberta Recchia, una storia da cui non ci si stacca, con protagonisti vivi, autentici.

Inizia a Roma negli anni ’50 come una bellissima storia d’amore. Continua negli anni ‘80 come una storia di violenza. Si trasforma in una saga familiare, con segreti e relazioni complicate. Scivola in un romanzo poliziesco. Si conclude in una storia di speranza. 

Un romanzo corale.

Dall’intervista con l’autrice:

“La genitorialità è descritta nel tuo libro in mille sfaccettature: chi ha dato tutto per i figli, chi li ha lasciati liberi, chi è stato distante, chi è protettivo anche senza aver generato quei figli. Non si può essere mai genitore o figlio perfetto. Qual è il messaggio che volevi dare ai genitori?”

Roberta Recchia: “Un messaggio? Non sentirsi soli davanti ai momenti di inadeguatezza. Marisa, che sembra la madre perfetta, commette una “disattenzione” che ha conseguenze irreversibili. Credeva di sapere tutto di Betta e non era così: i figli adolescenti, per i genitori, hanno sempre zone d’ombra. Fa parte del loro processo di crescita, di distacco. Emma in principio non riesce a confrontarsi con il dramma della figlia Miriam, lo nega, sfugge perché inconsciamente sente di non essere all’altezza. Poi c’è Corallina, che invece ci dimostra che non serve aver generato un figlio per essere una madre attenta, generosa, empatica. Nel romanzo è lei la figura materna più equilibrata di tutte.”